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Dallo street-food allo urban-food (il mondo in una città)

Per l’EXPO 2015 l’innovazione, o forse meglio sarebbe parlare di progresso, nel campo dell’agroalimentare è un tema centrare e di assai complessa individuazione prima ancora che di sviluppo.

Tra gli obiettivi principali la qualità e la sicurezza dell’alimentazione, la prevenzione delle nuovi grandi malattie sociali (materia che abbraccia, oltre alla questione sanitaria, anche le interferenze culturali legate, tra gli altri, al tema dello straniero e più in generale dell’altro da se), l’educazione alimentare e le sue ripercussioni sugli stili di vita e la modellazione delle classi sociali, la valorizzazione degli elementi culturali legati alla coesistenza di comunità differenti e il ruolo di mediazione e/o scontro culturale che questi portano inevitabilmente con se.

A questi temi si affiancano di riflesso le questioni legate alle politiche dell’immigrazione, alla xenofobia, alla libertà di espressione dell’identità individuale e quindi allo sviluppo culturale e sociale dei paesi industrializzati oggetto, più di altri, di grandi flussi migratori.

Parlo di progresso, più che di innovazione, perché gli atti alimentari sono un sistema complesso con proprie forti regole grammaticali e semantiche. Sonno alla base della strutturazione delle relazioni sociali, tanto tra gli individui che tra le comunità e costituiscono il più importante sistema di significazione della vita corrente, in cui si confronta il lavoro della cultura sulla natura. Il loro mutare deve necessariamente prima passare attraverso una variazione degli obiettivi comuni di interi gruppi sociali. La cucina di una società, ha osservato Claude Levi-Strauss, è un linguaggio nel quale essa traduce più o meno inconsciamente la sua struttura sociale e, senza rendersene conto, rivela le sue contraddizioni e i suoi ideali.

E le regole che si stratificano all’interno di questo lungo e laborioso processo si svelano solo di fronte alla violazione della regola.

Il mangiato non esiste di per sé, esso è tale solo se è percepito così agli occhi di chi mangia.

Al cambiare di tale cornice cambia anche l’identità del mangiato o la percezione che se ne ha come se questi portasse addosso dei segni che ognuno legge in modo differente. Per cambiare l’identità del mangiato occorre dunque modificare o integrare i segni che questi porta con se o semplicemente modificarne la percezione da parte dei mangiatori.

Si può dire, in sostanza, che gli alimenti esistono in funzione delle idee che uno si è fatto delle loro virtù, tanto che si può parlare di una identità ideale del mangiato.

Il problema, dunque, è riconoscere tale identità. La maggior parte del mangiato e del non mangiabile porta dei segni relativi al suo uso (tempi, modalità, identificazione) che sono di natura sia biologica che culturale. Riconoscere, assimilare o rifiutare tale sistema di segni corrisponde al riconoscersi all’interno di un sistema piuttosto che di un altro. Ad esempio leggere in un piatto di pasta un primo e non un contorno significa decidere di adottare il sistema di segni e significati del sistema italiani e rifiutare l’interpretazione alemanna che fa dei carboidrati un contorno.

Riconoscere un repertorio alimentare significa, allora, anche socializzare. Si tratta di apprendere una lingua per poter comunicare. In generale, possiamo dire che gli atti alimentari sono multideterminati e che, quello che più conta di essi, deriva da due concetti chiave, identità e percezione.

Un’identità di chi mangia, costruita attraverso l’interazione di determinismi biologici e di apprendimenti sociali. Un’identità del cosa è mangiato, costruita sull’esperienza e, soprattutto, sui criteri e le norme apprese da chi mangia.

Imparare a mangiare significa apprendere a riconoscere la cornice argomentativa entro la quale i prodotti sono accettati e considerati come commestibili. Insegnare a mangiare significa invece spostare un alimento da una cornice argomentativi all’altra o all’interno di nuove conici costruite ad hoc manipolando i segni ed i significati.

Parlando di territorio, ambiente, urbanistica e flussi soprattutto in contesti multi-etnici come le metropoli moderne non va dimenticato che gli atti alimentari “sono una messa in scena concreta dei valori fondamentali di un’epoca e di una cultura” (Simonetti). La possibilità di espressione alimentare di una comunità, tanto quanto la sua tolleranza, accettazione e condivisione da parte delle altre, sono condizione fondamentale per l’integrazione culturale, la condivisione di saperi e la crescita sociale.

Diceva Lévi-Strauss, i barbari sono quelli che pensano che esistono i barbari.

È significativo pensare a come la cultura della partecipazione nei saperi, l’approccio multidisciplinare ai temi comuni, le dinamiche che permettono la condivisione delle risorse, l’apporto di informazioni e l’intervento diretto al dialogo, alla crescita culturale, scientifica e tecnologica anche da parte di individui sconosciuti abbiano trovato terreno fertile nella rete dove la cultura meteriale è ancora interdetta.

I pasto dell’altro, privato di odori estranei e riti bizzarri si tramuta in una forma di discorso autoreferenziale che, rivestito della patina esotica, anzi affascina e nutre il nostro immaginario. I blog di cucina, i racconti di viaggi mistici tra spezie e odori di mondi lontani e irraggiungibili ingrassano le conversazioni, saturano le immagini e costruiscono mondi paralleli.

Quanti davvero sarebbero disposti ad accettare un samoa confezionato in luoghi indescrivibilmente fetidi, tenuto per ore sotto un caldo cocente e in contenitori mai lavati, servito dalle mani nere e unte di un ragazzo, tra l’insopportabile odore di smog e il frastuono di ostinate trombe d’automobili all’angolo di una trafficata via di Bangalore?

La grande sfida che Milano ha scelto di accettare tematizzando questa Expo attorno alla questione alimentare ed energetica verte principalmente sugli assi della formazione, dell’informazione, della condivisione partecipata di obiettivi comuni. E affinché ciò sia possibile è necessario create una fitta rete di relazioni tra le istituzioni e i cittadini, l’industria e la scuola che non solo sensibilizzino (quando va bene) o regolamentino (quando va male) sulla base di analisi che scambiano l’effetto per la causa. Tali relazioni devono essere il terreno su cui coltivare nuovi approcci e porre nuovi problemi. Oggi abbiamo la possibilità di porre queste domande ad ogni singolo individuo, in tempo reale. E fare la domanda giusta è il primo e fondamentale passo verso le soluzioni possibili.

Durante l’EXPO2015 Camp verrà affrontato il tema dello street-food, delle sue implicazioni economiche, culturali e sociali all’interno della città e delle relazioni che esso crea nel tessuto cittadino.

Alcune domande:

  • Cosa è lo street-food e quali sono i sui scenari?
  • Qual’è il suo linguaggio e in quali termini può essere ritenuto oggetto di progettazione?
  • È possibile immaginare di progettare gli usi urbani a partire dalla individuazione e organizzazione delle sue aree alimentari e dalle culture alimentari che le presiedono?

Vito Gionatan Lassandro

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